Σάββατο 20 Οκτωβρίου 2018

COSTANTINOPOLI, MOSCA E UCRAINA. CHI ROMPE L’UNITA?

Costantinopoli, Mosca e Ucraina. Chi rompe l’unità?

L’intervento di un collaboratore del patriarca Bartolomeo sullo scontro con il Partriarcato della Russia per la concessione dell’autocefalia alla Chiesa di Kiev

È allettante, seppure ingenuo, attribuire una spaccatura tra Costantinopoli e Mosca - questa volta in merito all’autocefalia in Ucraina - alla competizione interna per il potere. La realtà è molto più complessa di una semplice faida inter-ortodossa. Ci sono ramificazioni geopolitiche che vanno oltre l’intrigo religioso, ma la questione trascende ogni esercizio di diritto o addirittura l’esibizione del potere. Le questioni dell’autocefalia e dell’autorità in Ucraina, oltre che alle ragioni di validità dei rispettivi ordini e dei sacramenti, sono vitali per l’unità ortodossa, ma impallidiscono di fronte all’isolazionismo e al nazionalismo che da secoli affliggono il cristianesimo ortodosso. Di fatto, è questo il contesto ecclesiale in cui si trova l’Ucraina.

Sotto la stessa luce va vista anche la recente decisione di Mosca di rompere la comunione eucaristica con Costantinopoli . L’effetto profondamente demoralizzante esercitato da questa manovra sui vescovi e i sinodi – costretti a scegliere da che parte stare – non fa che sottolineare come una manciata di gerarchi ortodossi prendano decisioni senza preoccuparsi per la comunità laica, religiosa e civile, senza consultarsi con essa. Se le Chiese di tutte le giurisdizioni dovessero lavorare insieme in missioni umanitarie, l’unità trovata nella diaspora ne uscirebbe con tutta probabilità fortemente compromessa. 



Naturalmente, la Chiesa ortodossa è difficilmente democratica, anche nella sua forma più conciliare, e assomiglia invece ad una reciproca interdipendenza fra gerarchia e laici. La Chiesa primitiva capì che il potere di discernere l’autenticità - quello che la liturgia ortodossa chiama «tagliare rettamente la parola della verità» - non appartiene ad un vescovo o ad un sinodo, ma alla Chiesa. Così, quando Mosca sfida Costantinopoli per aver restituito legittimità e comunione a milioni di credenti ucraini, mi chiedo come possa in primo luogo definire scismatica un’intera generazione di credenti? 



La decisione del Patriarcato ecumenico - emessa lo scorso aprile e confermata questo mese - di concedere l’autocefalia richiesta alla chiesa ucraina, da anni estraniata a Mosca, può essere discussa nel diritto canonico e sostenuta da precedenti storici. Ma le crescenti minacce e le radicali rappresaglie di Mosca parlano di una logica più profonda rispetto alla disputa territoriale. La Russia perderà le proprietà, ma Costantinopoli difficilmente otterrà il potere. Nel lungo periodo, nel bene e nel male, la Chiesa ortodossa acquisirà un nuovo membro - una procedura simile a quella di molte altre Chiese nazionali, tra cui la Grecia, la Bulgaria e le Terre Ceche. Come può una Chiesa nazionale, riconosciuta come indipendente solo nel secolo scorso, lamentarsi che il riconoscimento di Chiese indipendenti nei nuovi paesi «potrebbe direttamente compromettere l’unità della Chiesa ortodossa»? 



L’unità è un’illusione? 

L’unità ortodossa è tanto impenetrabile nel mistero quanto inaccessibile nella realtà. Il reciproco congratularsi fra gli ortodossi per l’unità nella dottrina e nel sacramento ha a lungo fornito un lucrativo punto a favore agli esterni, pur persistendo come nozione romantica per gli addetti ai lavori. Tuttavia, se l’unità e la canonicità sono tutt’altro che realtà legalistiche o pietistiche, i cristiani ortodossi devono ammettere il loro fallimento e la loro ipocrisia. È insincero brandire l’unità come bandiera difensiva o arma offensiva quando sorgono problemi interni. Ed è pericoloso associare l’unità ortodossa al diritto territoriale, come quando Mosca ha accusato Costantinopoli di «aver attraversato una linea rossa e di aver rovinosamente minato l’unità dell’ortodossia globale». Ci si chiede quale unità ci fosse, in primo luogo. 



L’unità, attesa con speranza, si è rivelata un’illusione quando il Santo e Grande Concilio si è riunito a Creta (giugno 2016) sotto il patriarca ecumenico per la prima volta in un millennio. Divenne allora chiaro che la Chiesa ortodossa si sarebbe ostinatamente rifiutata di entrare nel ventunesimo secolo senza resistenze, o persino risentimento. Questo è stato sorprendentemente chiaro, ad esempio, quando il patriarca Bartolomeo durante le sessioni di stesura dei documenti, pur dichiarando che i vescovi conciliari potevano essere creativi nell’uso delle parole sui loro rapporti con altre comunioni cristiane, senza tuttavia poterle classificare come eretiche. Ne seguirono deliberazioni incredule, con interminabili riverberi - tutt’ora in corso - in ambienti conservatori. La risoluzione finale - storpiata per placare Russia, Bulgaria e Georgia, che alla fine si sono astenute - è che la Chiesa ortodossa ha riconosciuto «il nome storico» di altre comunioni che si dichiarano Chiese! 



La convinzione di Bartolomeo - che le Chiese ortodosse di fatto divise avevano bisogno di pensare e agire insieme per proclamare un messaggio contemporaneo più convincente - ha incontrato la stessa opposizione (e diffamazione) con l’autocefalia dell’Ucraina. Il Concilio ha fornito la sede appropriata per sfogare le preoccupazioni religiose e controllare le contese territoriali. Non partecipando, la Russia ha perso una cruciale opportunità per dimostrare solidarietà e leadership, date le attuali e vigorose petizioni e pressioni messe in atto per ottenere un consenso pan-ortodosso per risolvere la controversia. Allora, come oggi, la strategia e il piano d’azione sono gli stessi: minaccia di scissione e interruzione della comunione. 



I concili sono il modo in cui la Chiesa dovrebbe funzionare. Tuttavia, il Gran Concilio non riguardava tanto le decisioni prese o i documenti firmati, quanto piuttosto la volontà o la disponibilità delle Chiese ortodosse ad avviare una conversazione più trasparente con il mondo moderno, anziché rimanere nel bozzolo del proprio passato medievale. 



Un divorzio Est-Ovest? 

Quando sorgono lo scandalo e la paranoia (due anni fa per il Concilio di Creta e oggi per l’autocefalia in Ucraina) non si può non pensare che Costantinopoli sia stata costretta o sia controllata dal Dipartimento di Stato americano. Ciò che emerge è una latente ostilità verso l’Occidente guidata dal patriarcato di Mosca. La retorica ideologica rafforza la netta distinzione tra la sacralità della Chiesa e il peccato dell’Occidente. Un importante vescovo serbo sospetta che «l’Occidente stia cercando di dividere la Chiesa ortodossa, che è l’ultimo meccanismo per unire i popoli dell’ex Urss e dell’ex Jugoslavia». 



È conveniente contestare i confini territoriali piuttosto che discutere questioni di giustizia sociale. C’è sicurezza nell’essere orgogliosi della liturgia e della spiritualità invece di trascendere il campanilismo e il pregiudizio. È persino più seducente rivendicare un’affinità evangelica con gli americani conservatori, come il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence e il leader evangelico Franklin Graham. 

Mentre invece, una cultura dell’apertura non può che necessitare di iniziative coraggiose. Bartolomeo ha sostenuto la conversazione ecumenica ed ecologica su tutti i fronti – affrontando una critica senza precedenti - riconoscendo il dialogo come risposta fondamentale alla vocazione cristiana. È questo quadro, più ampio e a lungo termine, che egli sostiene dal punto di vista unico del leader mondiale dell’ortodossia. Bartolomeo ha una straordinaria capacità di rimanere concentrato su ciò che conta di più, mantenendo la Chiesa ortodossa relazionata e rilevante per il ventunesimo secolo. 



Le Chiese ortodosse hanno molto da imparare sulla tolleranza verso altre fedi, altre culture, altre Chiese, altre comunità. Bartolomeo ha assimilato a lungo questa visione del mondo dalla storia e dall’eredità unica del Patriarcato ecumenico. Ciò che gli dà diritto al privilegio della leadership e alla responsabilità dell’unità è, paradossalmente, proprio dove i suoi antagonisti trovano la falla - la fragilità della sua Chiesa rimanente, priva di protezione nazionale - senza qualche ex idolo bizantino o ideale idealistico per il futuro. 



Le Chiese ortodosse hanno da sempre contestato le rivendicazioni territoriali. Ma i loro gerarchi dovrebbero mostrare prudenza e moderazione. Causare subbuglio fomentato da diffidenza di stampo militante - parlando di «nemici» al di fuori della Madre Russia - è inaccettabile. Minacciare la rivoluzione violenta, fabbricando analogie con la Germania nazista, è incendiario. Ogni rassicurazione sta nel riconoscimento che la grazia divina non abbandona mai la Chiesa. Molti milioni di persone sperano che la Chiesa e i leader civili in Russia e Ucraina possano abbracciare il momento presente come un’opportunità di crescita e di arricchimento per il popolo di Dio in una regione che ha molto più da guadagnare dalla complementarietà che dal conflitto, sia in ambito nazionale che ecclesiastico. 



* Arcidiacono del patriarcato ecumenico di Costantinopoli e consigliere del patriarca Bartolomeo. Insegna Teologia alla Facoltà Holy Cross di Boston e coordina le iniziative del Patriarcato ecumenico sulla protezione del creato. È stato direttore dell’Ufficio stampa del Sinodo panortodosso di Creta del giugno 2016. È autore di numerose pubblicazioni, mentre sta per uscire in italiano, per le edizioni Dehoniane, la sua biografia del patriarca Bartolomeo.